7.Una spessa pelle del viso

Appoggiare il braccio sul banco”,

Tenere saldamente il pennello tra le dita”,     

Immagine tratta da: http://giannellachannel.info

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Ondeggiare soavemente il polso”,

“E’ chiaro miei cari allievi? Appoggiare, tenere, ondeggiare…, appoggiare, tenere, ondeggiare…, su, su piccoli amici, ripetiamo insieme”

E mentre osservavano il maestro, che con una mano mimava i gesti e con l’altra teneva il ritmo “ della cantilena” battendo sulla sua gamba, ripeterono tutti in coro : “Appoggiare, tenere, ondeggiare” e così via…

Ad un certo punto il maestro si avvicinò al banco di Fang Fang e gli disse:

Fang Fang, allora?”, e poiché non udì risposta, ripropose la domanda una seconda, poi una terza, e poi ancora una quarta finchè dopo la quinta volta, Fang Fang, senza distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo, rispose:

Maestro Ma, mi esercito con le pagine di giornale”.

Al che, il Maestro Ma, ritornò alla cattedra, e si mise anch’esso a sfogliare rumorosamente alcuni giornali, presi in prestito dalla biblioteca della scuola.

Dopo non più di 15 minuti, il  Maestro Ma annunciò :

“Miei piccoli amici, presto, in piedi, il Direttore Gao, sta arrivando”, e poi continuando, “Allievo Fang Fang, cosa aspetti,vieni a presentare i tuoi lavori”.

By Delia Olivetto (Xiaoyi)

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6.L’abito nuovo del Signor Ma

ImageSignor Ma”, disse Xiao Feng, “che sguardo fiero che ha oggi; il suo abito le sta proprio bene, stile impeccabile, linee perfette, proprio adatto a lei!”

“Ma vah! Me l’hanno consegnato in un solo giorno, con incluse due prove”, rispose pacatamente il Signor Ma.

“Ah, in un giorno???”

“Si, proprio in un giorno; ci andai con “l’ esperto”, sai quel Guo Liang, il capo reparto, prima giardiniere”, rispose, sistemandosi la cravatta.

“Ah Guo Liang Da Ge, il capo reparto, sì sì, quell’uomo che porta sempre gli occhiali con le lenti molto spesse”, disse con fierezza Xiao Feng.

“ Esatto, proprio lui: siamo arrivati, abbiamo scelto la stoffa, mi hanno preso le misure,  ho fatto una prima prova, poi  fatti degli schizzi su carta di giornale, è stata la volta di una seconda prova e poi…”, il Signor Ma si interruppe in quanto gli squillò improvvisamente il cellulare, e dal tono che assunse nel rispondere, era certamente qualcuno di importante; quando terminò la chiamata, disse a Xiao Feng:

“Xiao Feng, era il Segretario Li; la prossima settimana ha detto che passerà del tempo con me, quindi per almeno due giorni non ci sarò per nessuno”

“Va bene Signor Ma, ho segnato tutto, ma mi tolga una curiosità …” disse arrossendo Xiao Ma

“Curiosità? Sì, certo, dimmi Xiao Feng, dimmi pure”, le rispose sorridente

“Tornando al suo abito, alla consegna le hanno fatto firmare  “IL LIBRO”,

“Ah tu intendi proprio quel libro? A me?”

“Sì, proprio quel libro, a lei, Signor Ma”, rispose prontamente Xiao Feng

No, no, ha firmato Guo Liang, Guo Liang Da Ge”, sorrise il Signor Ma.

E Xiao Feng soddisfatta, si rimise a lavorare sorseggiando una tazza  di fumante the.

di Delia Olivetto (Xiao Yi)

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Disegnando la nuova Cina

Che cosa vedono gli occhi di un giovane designer cinese? Cosa crea la sua mente? Le risposte a queste domande cerca di darle la mostra China New Design allestita presso i locali di Palazzo Chiablese a Torino, per opera dell’IGAV (Istituto Garuzzo per le Arti Visive, Torino), e negli spazi espositivi del MINI&Triennale CreativeSet del Design Museum di Milano.

Nelle tre stanze che si affacciano sulla Piazzetta Reale di Torino è presentata una panoramica di quella che dovrebbe essere, a detta dei curatori, Jérôme Sans (direttore dello UCCA , Ullens Center for Contemporary Art – Pechino) e Cui Qiao (direttore generale della Sezione Cultrale ed Educativa dell’UCCA), la cultura delle nuove generazioni cinesi. Si parla, quindi, di creatività cinese. Un nome e un aggettivo la cui associazione lascia un pò stupiti noi occidentali, abituati a considerare la Cina come una Nazione che negli ultimi decenni sostanzialmente riproduce ma non crea. In un’intervista a chinaSMACK, Clancy Dalebout, attuale marketing manager di Ikon Group Beijing, affermava a proposito del business legato alla creatività in Cina: “Non vi è alcun vantaggio a spendere un sacco di tempo e di denaro per creare qualcosa di originale quando sarebbe quasi impossibile da proteggere. D’altra parte non vi è alcun rischio nel rubare idee di altri Paesi, dal momento che non c’è niente che possano fare. Se sei un uomo d’affari cinese, la tua scelta è di spendere un sacco di soldi per qualcosa che potrebbe non funzionare o copiare qualcosa che si è già stato dimostrato essere efficace? Nella maggior parte dei casi la scelta è facile”.

Tuttavia, nonostante lo scetticismo e la staticità del mercato, qualcosa si sta muovendo. Ne sono un esempio questi giovani artisti, spesso sconosciuti, che sperimentano nuove forme e contenuti espressivi. Compito per nulla facile se si considera quanto la parola “Arte Contemporanea” sia stata per lungo tempo vista con diffidenza dalla Cina. Scriveva Ai Weiwei: “la maggior parte delle opere d’arte di artisti cinesi dimostrano la precisa richiesta di valori culturali e identitari. Tale richiesta riflette la battaglia per un sistema di valori e la formazione dei nuovi valori all’interno dei cambiamenti sociali successivi alla Rivoluzione culturale”.

Così, accanto a creazioni di fashion, graphic, interior e multimedia design, mi ha molto colpito l’opera di Wu Fan che ha ricostruito, attraverso le foto ritrovate in una vecchia scatola, la storia della sua famiglia e l’ha racchiusa in un libro ad essa dedicato. “Ognuno di noi possiede una scatola” scrive a grandi lettere. Il passato vive con noi, aspetta di essere riscoperto perchè possiamo mediante la sua ricchezza creare un futuro che più ci rassomigli. Anche Wang Wing Fant, guarda alla tradizione, al passato, rivisitandolo. Lo stile Shan Shui, privato dei suoi tradizionali scenari naturalistici si articola in un incessante balenare e scomparire degli ideogrammi di roccia, albero, foresta, bambù e montagna. Queste raffigurazioni grafiche degli elementi tipici delle opere Shan Shui (il cui significato letterale è appunto, montagna acqua) formano attraverso mille combinazioni, inedite trame e poesie di luce.

La narrazione prosegue nei filmati di Feng Jianzhou “Errore di lettura”, di Pi San “Tutto questo non è così male come si pensa” e di Fei Jun “Carta che fa ombra”. La successione di immagini ci restituisce l’istantanea di una Cina moderna assai complessa in cui non è facile vivere e comunicare. Per questo motivo, la possibilità di dare visibilità a queste opere non può che essere beneaugurale. “Molti progettisti non sono mai stati presentati all’estero” sottolinea Cui Qiao “Alcuni di loro non hanno nemmeno la possibilità di mettere in produzione e commercializzare i loro lavori. Ma ciò che importa è il loro potenziale. Per noi è più preziosa e apprezzabile la loro espressività non ancora inquinata dalla commercializzazione”.

di Alessandra Solaro

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Il cinese manipolato ad arte

Xu Bing

Xu Bing - Immagine tratta da: http://www.artspeakchina.org

1955, Chongqing, Cina. Nasce Xu Bing 徐冰, uno degli artisti cinesi contemporanei più innovativi e internazionalmente conosciuti, che ha scelto di mettere al centro della propria arte uno degli aspetti più preziosi, rispettati e potenti della cultura – e dell’identità stessa – del suo popolo: la lingua scritta.
E qui risiede la sua genialità.
Per un Occidentale non è semplice comprendere lo stretto legame che intercorre tra i cinesi e la loro lingua. Fin dalla creazione dell’Impero Celeste, nel 221 a.C, le decisioni che l’hanno riguardata sono state considerate questioni di Stato della massima serietà. In un paese dalle dimensioni continentali, dove le varianti dialettali a livello orale sono numerose e altamente differenziate, la lingua scritta ha costituito l’elemento unificante in cui ogni cinese ha sempre potuto riconoscersi, un veicolo d’identità che unisce da oltre 2000 anni.
Xu Bing ha voluto toccare il suo popolo in uno dei punti più sensibili, incuriosito dalle reazioni che ne sarebbero nate.
L’opera che lo rende famoso appare negli anni 1988-89, durante la prima esibizione di arte contemporanea a Pechino dopo la chiusura degli anni di Mao e poco prima dei fatti di Tian’An Men: si chiama “Book from the sky”.

Book from the Sky

Book from the Sky - Immagine tratta da: http://www.artspeakchina.org

E’ un’installazione imponente: un’intera sala ricoperta da diverse forme di un libro molto particolare, composto da caratteri inesistenti. Metri e metri di rotoli appesi al soffitto, poster attaccati alle pareti e decine di libri aperti ordinatamente sul pavimento.

Xu Bing, in oltre 2 anni di lavoro, aveva inventato circa 4000 parole cinesi estremamente verosimili, composte da radicali realmente esistenti, ne aveva inciso le matrici in legno e con queste stampato un libro di 4 volumi in molteplici copie, attingendo dalla tradizione più rigida e prestigiosa in quanto a rilegatura, numero di caratteri e colonne (9 colonne di 17 caratteri a pagina) e tipologia di font (Song dynasty type). Tutto questo non tanto per dare prova di grande conoscenza e padronanza dell’arte della stampa, quanto piuttosto per potenziare al massimo la promessa di lettura insita nell’aspetto esteriore così classico e ufficiale dell’opera, ingigantendo in tal modo la reazione alla scoperta del contenuto: il nulla. Il libro infatti non dice nulla in quanto è composto da parole inesistenti, che non possono essere comprese nè lette. Le parole della lingua cinese, che non è alfabetica, non danno nessuna precisa indicazione fonetica; l’unità minima non è il fonema, come da noi, ma il morfema. Davanti a quel libro quindi, tutti, cinesi e non, rimangono ignoranti e muti, preda di una egalitaria sindrome da analfabetismo indotto.

Esempio di opera di Xu Bing

Esempio di opera di Xu Bing - Immagine tratta da http://www.artspeakchina.org

Nel libro “Persistence/Transformation: text as image in the Art of Xu Bing” (2006: Princeton University Press) l’artista stesso spiega come abbia iniziato a realizzare il libro in un periodo in cui era confuso e ansioso: dopo gli anni di Mao così sterili dal punto di vista artistico e culturale, si era “cibato” avidamente di qualsiasi forma di cultura disponibile e ora viveva una sorta di indigestione. Per togliersi da questa situazione aveva iniziato a creare qualcosa di vuoto, come un libro che non diceva nulla, rendendosi poi conto di essere incuriosito dalle differenti reazioni che la sua opera riusciva a provocare.
Nel 1989 le reazioni della critica, in un primissimo momento entusiasta, diventarono presto negative: da una Cina tutt’altro che pronta alle provocazioni, l’artista venne definito “formalistico” o “astratto” – e per i cinesi così legati alla concretezza, questo non è certo un complimento – fino ad “anti-tradizionale” o addirittura “anti-artistico”. Manco a dirlo, le autorità ne lessero una critica nei loro confronti.
Punti sul vivo, avevano reagito male. Poco dopo Xu Bing si trasferì negli Stati Uniti, dove la sua opera continuò ad essere esposta e sempre più apprezzata, col tempo anche dai cinesi.

Ma cosa accade a livello personale quando ci si avvicina a quest’opera? La verosimiglianza dei caratteri che si cerca inutilmente di leggere crea un effetto di spaesamento e frustrazione: in chiunque sia capace di leggere il cinese, ad una prima occhiata, il cervello si attiva quasi certo di un risultato positivo, ogni carattere ha qualcosa di familiare, sembra così reale, come se lo si conoscesse già, ma la ricerca non ha risultato, nella memoria non si trova nulla che soddisfi e quando poi si scopre che la parola non esiste ci si sente assolutamente spaesati, confusi, decisamente frustrati .
Eppure si rimane affascinati: dalla maestria tecnica, dalla conoscenza di mille aspetti di una materia così complessa, da un’idea che scardina i propri (presunti) punti fermi, da una provocazione che non vuole offendere ma esplorare nuove strade. E dalla possibilità di riflettere sul linguaggio, le conseguenze della sua manipolazione fino all’affidabilità stessa della conoscenza.

In realtà, qualche anno dopo, frugando tra antichi dizionari esoterici, alcuni ricercatori scoprirono che un paio di parole del libro erano realmente esistenti … Xu Bing lo confessa divertito, tanto lo sa, neppure un briciolo di fascino è stato tolto all’opera di un artista geniale.

Fine prima parte

di Elena Mattioli

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Giovani generazioni cinesi a confronto: un gregge di pecore?

Immaginiamoci un giovane cinese, metropolitano, sui trent’anni coinvolto nella brillante crescita economica della Cina. Dovrebbe essere il più felice, orgoglioso rappresentante e portavoce di una generazione ma, secondo una recente ricerca sull’ “Indice di Felicità della Popolazione Cinese nel 2010”, la fascia dei giovani con un’età inferiore ai trent’anni è caratterizzata dal più basso tasso di felicità in assoluto. Le ragioni sono presto dette: nessuna indipendenza economica, difficoltà nei rapporti interpersonali, e un’opprimente pressione scolastica e sociale.

Confucio amava dire: “A trent’anni si sta in piedi da soli”, eppure, i suoi discendenti pare non sappiano contare sulle proprie capacità, assumersi delle responsabilità o perseguire degli obbiettivi definiti. Da un’ulteriore indagine patrocinata da Sina Henan e dal giornale Henan Shangbao, a quasi trent’anni, l’uomo medio è single, non può contare su un lavoro stabile, vive in balia della sorte e preferirebbe investire in un’automobile piuttosto che in un appartamento.

L’argomento “famiglia” è un tema complesso che implica la coesistenza di molteplici fattori come l’elevato costo delle abitazioni, il mantenimento di quattro genitori anziani e l’educazione di un figlio. Un sogno, quindi non così appetibile per migliaia di giovani che preferiscono rimandare il momento del matrimonio. Zhang Na, giovane trentenne, sottolinea: “Formare una famiglia, significa farsi carico di una pressione indescrivibile”, meglio aspettare ancora un paio d’anni! Dopo le nozze, l’impegno più urgente è il mutuo da pagare e, solo in seguito, il figlio da crescere. Chen Jun ha trent’anni, lavora in un’agenzia pubblicitaria con uno stipendio di 2.500 yuan al mese e dichiara: “Nemmeno se evitassi di mangiare e bere potrei permettermi un metro quadro di una casa”. La retribuzione di un giovane nato nella decade degli anni 80 non arriva a coprire, nel 78% dei casi, il valore di un metro quadrato abitabile, mentre, dieci anni fa, la percentuale si arrestava al 69%. In quegli anni, una volta ottenuto un lavoro, era naturale pianificare il proprio futuro: una casa, un figlio, i genitori di cui prendersi cura. Oggi, i giovani cambiano occupazione in media tre volte prima di raggiungere un lavoro stabile. Attualmente solo l’8,6% dei trentenni ha raggiunto una posizione dirigenziale ma si stima che intorno ai 35 anni una più vasta maggioranza di colletti bianchi potrà favorire di avanzamenti di carriera. Tuttavia, quello che affligge questa generazione, non è tanto la mancanza di risorse economiche quanto l’atteggiamento passivo con il quale affronta le difficoltà della vita.

E gli adolescenti? In base a una ricerca del Centro per la diffusione dell’istruzione in Cina attuata nelle principali città cinesi tra cui Pechino, Dailian e Taiyuan gli studenti, in particolare quelli delle scuole superiori, presentano gravi difficoltà a sviluppare rapporti interpersonali e a comunicare con i propri genitori. I ragazzi universitari hanno una scarsa fiducia in se stessi tanto da rifuggire il contatto con gli altri. Il direttore del Centro, il dottor Zhang Han Xiang spiega: “Nell’educazione dei figli, investiamo troppo nella scuola ignorando il ruolo dei genitori e della comunità ma soprattutto del capofamiglia”. A suo dire, bisogna distinguere tra i figli unici e i bambini che invece si trovano a vivere in famiglie spezzate a causa di un divorzio o per l’”abbandono” di un coniuge costretto a lasciare il villaggio per migrare in città.

La solitudine di queste generazioni li porta ad assumere un comportamento più simile “alla pecora che al lupo”. Abituati, fin da piccoli, a modellare la propria personalità in base alle richieste dei genitori, degli insegnanti e della società sono diventati dei “bravi bambini”, silenziosi, poco propositivi e senza spirito d’avventura. Il motto pare essere “Se non ci sono problemi, evita di crearli, se ce ne fossero, ignorali”. La paura li domina: temono di acquistare alimenti avariati, di essere imbrogliati e di assumersi delle responsabilità; la società stessa è una minaccia che li angoscia instillando in loro nuove ansie. D’altra parte, secoli di dominio feudale hanno reso il popolo cinese ubbidiente e consapevole di come l’autorità abbia, nei confronti di ognuno, diritto di vita e di morte. Di conseguenza, perchè sognare? Ogni sforzo è vano poiché non porterà ad alcun successo.

La questione ha sollevato un dibattito che ha visto figure preminenti e migliaia di micro-blogger scambiarsi opinioni e critiche. Yuan Yue, presidente della Horizon Research afferma:

“Qual è l’origine del gregge? E’ il troppo amore che le famiglie riversano sui figli fin dall’infanzia. E’ normale che nel momento in cui si trovano a dover affrontare le pressioni che gli esami scolastici e la società impongono non sappiano come reagire”.

Il professor Zhang Ming, membro del Congresso Nazionale del Popolo:

“Prima di tutto bisogna dire che la politica del figlio unico ha dei difetti. Se succedesse qualcosa a quell’unico figlio, la famiglia si estinguerebbe! E’ un problema anche educativo: nessuno insegna loro a rischiare perché nessuno vuole assumersi la responsabilità di un eventuale insuccesso”.

Zhou Hucheng, esperto opinionista:

“Alcuni giovani non desiderano lottare perché non sarebbero in grado di rinunciare a un’ esistenza agiata. Poiché non vedono vie di crescita personale, decidono di rifuggire la società. Bisogna dare più spazio a questi giovani in modo che tornino ad avere fiducia nelle loro possibilità”.

Zhang Min, scrittore di romanzi sentimentali:

“I giovani devono sopportare un’educazione impositiva: il lavoro, la casa, i disastri ambientali, i problemi sociali legati all’assenza di protezione e di sicurezza nei consumi. Tutto questo combinato alla loro mancanza di esperienza nei rapporti sociali e insicurezza economica ha generato in loro un atteggiamento passivo”.

I commenti dei micro-blogger:
Piaoliu de Yinyuehe:

“Il ragno Feixiang non era né forte né rapido, tuttavia, quando si è determinati si ottiene ciò che ci si prefigge. Un giorno scoprii, nel cortile sul retro, una grande ragnatela tra i cornicioni. Com’era possibile? Il ragno aveva volato? Eppure tra le due estremità dei muri c’era un grande spazio vuoto. Com’era riuscito a lanciare il primo filo della ragnatela? Alla fine, notai che il ragno aveva fatto una lunga serie di curvature. A partire dall’estremità del cornicione aveva progredito attraverso piccoli ma continui nodi, lungo tutto il muro, su e giù, un passo dopo l’altro”.

03MH:

“A volte abbiamo bisogno di una crisi per stimolare le nostre potenzialità, per risvegliare l’entusiasmo per la vita a lungo tenuto nascosto nei recessi della nostra anima, per realizzare quanto alto sia il valore dell’esistenza umana. La mediocrità delle persone non è dovuta alla loro inadeguatezza delle persone ma alla loro indifferenza, all’assenza del desiderio di miglioramento. Non siamo spronati a crescere, a sviluppare il nostro potenziale, sepolti come siamo da una macchina ottusa. Non dobbiamo sempre invidiare le qualità altrui perché noi stessi ne possediamo”.

Beijing Anyuan Xiong :

“Le persone finiscono per adagiarsi ma non so quando succeda. Nessuna richiesta fuori dall’ordinario, nessun sogno. Si accontentano di una vita semplice e delle piccole cose. Questo però non basta per chi continua a cercare, per chi guarda avanti. Anche se cammino lentamente su impronte già tante volte calpestate non voglio muovermi con queste gambe rigide per poi scoprire che sono già caduto in un baratro di depravazione, chiuso nel mio silenzio. Non posso accettare questo atteggiamento deprimente e farla finita. Io ho ancora dei sogni”.

hm115 :

“Con le persone…evito di arrabbiarmi…posso solo scegliere di rimanere in silenzio…non voglio ferire nessuno…posso solo esprimermi attraverso il mio atteggiamento taciturno”.

Qinggan Zhuanjia Zhenfan :

“E’ l’eutanasia del lavoro, si verifica spesso sul luogo di lavoro ed è il caratteristico segnale che non c’è passione in quello che si fa. Non si hanno iniziative e non si fa altro che adeguarsi”.

Huo Dizi :

“Intervengo su quanto detto a proposito del gregge delle generazioni 70, 80 e 90. In una società dove il motto imperante è “Correggere la famiglia per governare il Paese” la competizione è altissima ma non serve svilirsi. La cura potrebbe essere l’allenamento: anche se non si possiede uno spirito intraprendente ci si può sempre esercitare”.

Fonte: SOHU

di Alessandra Solaro

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5. Che i chicchi di riso vengano riordinati!

Villaggio cineseCon le scarpe coperte di polvere Giallo Cina, il Signor Ma giunse alla casupola del villaggio Da Mi, suo paese natio. Non appena lo scorse, l’anziana madre gli si precipitò incontro per abbracciarlo: “Xiao Ma, bentornato,  eccoti finalmente!” gli gridò in preda ad una gioia immensa.
Madre cara, ti ho pensato molto. Gli anni, per te, non passano mai. Come si sta bene qui… Che bella che sei…”, le rispose dolcemente il Signor Ma, mentre con grande cura, le allacciava lo scialle, come a proteggerla dal vento che si era alzato.
“Xiao Ma, Xiao Ma, fatti vedere… Dai, hai messo su qualche chiletto! Eh, il tuo viso mi sembra cambiato… E questo profumo che cos’è? Guarda le tue scarpe, così piene di polvere! Comunque è meglio non pulirle, così tutti sapranno che hai fatto un tratto di strada a piedi. Quando poi, farai ritorno alla Capitale, avrai tutto il tempo di lavare via i segni del viaggio. Non penserai mica che in aereo non si sporchino, no?”.
“Si, cara madre, in aereo è molto facile che si rovesci sopra qualcosa. Sai, i posti a sedere sono talmente stretti!” rispose il Signor Ma.
“Oppure che qualcuno ti pesti i piedi,  quante volte mi capita, quando vado al mercato”.Villaggio cinese
“Ah sì, certo, cara madre, quando vai al mercato con il carretto trainato dal bue”.
“Lo sai che la scorsa settimana si è fermato due volte lungo la strada, perché ha trovato un bel cespuglio d’erba fresca da brucare? Non c’era verso di farlo proseguire… Ah mamma mia! Mi sono dovuta impegnare ben bene per fargli riprender il cammino”.
“Alla fine, siete arrivati in tempo?”
“Beh, siamo arrivati quando siamo arrivati. Comunque i pezzi migliori di carne e gli ortaggi più freschi erano lì pronti per me… E ci sarebbero stati, anche se fossimo arrivati con un giorno di ritardo”.
“Voglio vedere se in cucina c’è ancora la mia vecchia borsa di panno”, disse ad un certo punto il Signor Ma.
“Temo che per pranzo non ci sia cibo a sufficienza”, rispose l’anziana madre.
“Come sei saggia, cara madre”, capitolò Xiao Ma.
“Dai Xiao Ma, mangia, non perderti in chiacchiere”.
“Uhmmmm che buono”, disse il Signor Ma , al primo boccone di carne accompagnato dall’insostituibile riso bianco.
“Eh sì, mi ci sono voluti due giorni per fargli prendere questo sapore, ma è molto semplice da preparare”, gli spiegò la madre, riferendosi a quella particolare pietanza a base di carne di maiale.
“E’ davvero buonissima, e poi, tu sei molto brava”.
“Mah, la faccio da sempre, siamo una famiglia di ottimi cuochi”, gli rispose pacatamente la madre.
“Beh cara madre, io ho finito: era tutto davvero buonissimo”, ribadì il Signor Ma, grattandosi di gusto la pancia.
“Xiao Ma, ma cosa fai? Ti stai dimenticando di mettere in ordine, con le bacchette, i chicchi di riso rimasti nella tua ciotola?! Guarda, fuori si sta levando un forte vento,  vuoi che il lumino acceso sul nostro altarino di famiglia si spenga?”, urlò preoccupata la donna.
“No, cara madre finirò  tutti i chicchi di riso rimasti. La scodella sarà talmente lucida che mi ci potrò specchiare dentro!”.

di Delia Olivetto (Xiao Yi)

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L’uomo che amava la Cina

Nella parte generale di ogni buona guida turistica sulla Cina c’è almeno un accenno alle più famose scoperte che il Regno di Mezzo fece prima dell’Occidente. La polvere da sparo, la stampa a caratteri mobili, la staffa, la balestra e la bussola – solo per fare alcuni esempi – furono frutto di mente cinese molto prima della loro comparsa in Occidente.
Ma l’Occidente quando si è reso conto di essere secondo alla Cina (almeno fino al XV sec. d.C.) nella staffetta dell’evoluzione scientifica della civiltà umana? E chi gliel’ha spiegato con tanto di prove, numerose e circostanziate?
Chi, insomma, ha scoperto le scoperte della Cina?

Un nome spicca tra tutti: Joseph Needham (Londra, 1900-1995). Eminente biochimico di Cambridge, membro della Joseph NeedhamRoyal Society e della British Academy, stimato accademico dalle vastissime conoscenze e memoria elefantina (e questo non è che un pallido eufemismo per un uomo capace di rileggere mentalmente il suo primo libro, correggerlo e, visto che c’era, tradurlo a mente in un’altra lingua!), socialista convinto, libertino nudista ante litteram, o, come si preferisce definirlo oggi, “l’uomo che amava la Cina”.
Con questo titolo è uscita in Italia a fine 2010 la biografia di questo eccezionale personaggio del XX secolo, che contribuì a modificare la percezione della Cina da parte dell’Occidente, presentando alla comunità accademica internazionale le scoperte scientifiche e tecnologiche di questo grande paese. Needham dedicò infatti la maggior parte della propria vita ad un’opera enciclopedica intitolata “Scienza e civiltà in Cina”, cercando di restituire alla civiltà cinese la dignità e il valore che le appartenevano ed al tempo stesso di trovare risposta ad un appassionante quesito tuttora irrisolto: perché nel XV secolo il progresso scientifico-tecnologico cinese si interruppe e l’immenso patrimonio di scoperte non sfociò nello sviluppo economico moderno che l’Occidente invece conobbe? L’opus magnum, che attualmente conta 24 volumi, di cui 18 realizzati da lui, spaziando dall’astronomia alla matematica, dall’ingegneria idraulica alla musica, è universalmente considerata “l’opera più esaustiva finora elaborata nella storia occidentale sul Regno di Mezzo”.
L'uomo che amava la CinaLa biografia, scritta da Simon Winchester, è l’avvincente racconto delle esperienze di un uomo fuori dal comune, perdutamente innamorato della Cina, che ha attraversato con passione ed inesauribile entusiasmo un secolo tumultuoso: l’invasione giapponese in Cina durante la Seconda Guerra Mondiale, la fondazione dell’Unesco, la missione della Commissione Scientifica Internazionale del ‘52 per accertare l’uso di armi batteriologiche statunitensi in Corea del Nord, sono solo alcune delle vicende narrate che forniscono una prospettiva meno nota ad eventi che hanno caratterizzato un secolo di grandi cambiamenti.
Gran bel libro, per sinologi e non, per chi desidera vedere la Cina attraverso gli occhi di chi l’ha amata.

di Elena Mattioli

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Il mondo è una scatola, aprila e sarai felice.

Vi è mai capitato di essere al lavoro e sentire il richiamo potentissimo della brezza primaverile? Desiderare di aprire la porta e uscire per godere almeno per un istante di una vita che non sia fatta di e-mail da inviare e capi da compiacere?

Sicuramente sì, ma l’impulso si spegne  inevitabilmente nel cumulo dei nostri doveri, tra i moduli da compilare e lo schermo muto di un computer. La sensazione è di vivere all’interno di una nuova schiavitù che ha le sembianze del nostro habitat: l’ufficio, la metropolitana, l’automobile, l’appartamento. Tutte scatole. Come una matrioska richiudiamo le nostre vite in tanti compartimenti stagni.

La persona più importante in ufficioSecondo Grey Chan la dimensione metropolitana si può sintetizzare in questa idea, che è alla base dello sviluppo del personaggio di Zhang Xiaohe, “la Piccola Scatola Zhang”.

Impossibile non amare Xiaohe, un giovane goffo colletto bianco, alle prese con una vita di straordinari, scartoffie e vessazioni da parte del capoufficio. A salvarlo dall’alienazione sono i sentimenti e i sogni che faticano ad emergere a causa della sua proverbiale timidezza. Come un moderno Superman, nel quale sogna invano di trasformarsi, ama segretamente una collega di lavoro (Lili He, la scatola Lili) ma gli manca il coraggio di dichiararsi. Sono aspirazioni semplici, le sue, ed è facile identificarsi nei maldestri tentativi di sottrarsi a una vita frenetica.

In un’ intervista alla CCTV Chan ribadisce l’aderenza alla realtà della sua opera che si discosta dall’immagine patinata e glamour del giovane prestante e in carriera propinata dalla pubblicità.
Nessuno aveva mai cercato di esprimere l’amarezza e il dolore della routine quotidiana così comune nel mondo di Xiaohe, dove le sue debolezze e quelle del sistema non vengono mai nascoste.

I soprusi e le crudeltà sono mitigate da uno stile narrativo fiabesco in cui i personaggi si muovono alla ricerca di un qualche riscatto: “In questo tempo di crisi, dobbiamo avere la fermezza e le capacità per affrontare le difficoltà senza arrenderci. Negli ultimi 4-5 anni, la classe dei colletti bianchi ha subito un’importante trasformazione. Oltre a lavorare per guadagnarsi da vivere vogliono poter comprendere il senso profondo della loro esistenza”.
Pubblicato a partire dal 2006 come semplice striscia umoristica su http://www.hezi.cc, con il tempo e il passaparola, è divenuto talmente popolare da meritare la trasposizione a cartone animato. Episodi da una ventina di secondi ma anche brevi cortometraggi che non arrivano ai nove minuti, come nel caso del recente “La metropolitana alla ricerca della felicità“.

Grey Chan, convinto sostenitore del marketing interattivo 2.0., a soli 26 anni può già vantare la conquista di ben quattro Effie Award e l’approfondimento del suo caso imprenditoriale all’interno del saggio “ Cospirazioni degli Stati Combattenti, i dieci Top Brand“.

“Inizialmente non volevamo realizzare un cartone animato”, spiega, “il nostro obiettivo era solo quello di creare dei modelli nuovi che potessero esprimere le motivazioni profonde del nostro lavoro e della nostra esistenza“. L’animazione con la sua semplicità di linguaggio permette di arrivare direttamente al cuore delle persone rappresentando la vita quotidiana e i valori di una generazione.

La ricerca della felicità

"La mia natura è di essere una scatola senza valore ma lotterò con coraggio per perseguire ciò che amo. Nella vita cè essenza, sofferenza e dolore ma nonostante questo, voglio essere felice!"

“Chi vive in una scatola finisce per dimenticare le ragioni per le quali è lì dentro”, constata Gary Chan, ma non tutto è perduto… Confidiamo nell’uomo e non nelle “scatole”!

di Alessandra Solaro

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Dieci volte più costosa del bronzo

In italiano il suo nome (耳杯erbei) suona piuttosto buffo, “tazza a forma di orecchie” o “tazza con le orecchie”, ma ne dichiara le caratteristiche senza lasciare dubbi: una forma ovale simile ad un viso con due manici proprio all’altezza delle orecchie.

Tazza laccata 耳杯

Dinastia Han Occidentali 206 – 9 a.C. Museo Provinciale Hunan, Changsha - Immagine tratta dal Catalogo della mostra La Via della Seta e la Civiltà Cinese – La nascita del Celeste Impero

Veniva utilizzata per cibi o bevande e se ne poteva trovare in vari materiali, bronzo, giada, corno, ecc…: quella nell’esempio riportato è in lacca ed appartiene al favoloso bottino scoperto negli anni ’70 nella tomba definita “una delle più importanti scoperte archeologiche della Cina e del mondo nel XX° secolo”. E’ la celeberrima tomba di Mawangdui risalente agli inizi della dinastia degli Han Occidentali (206 – 9 a.C.) e situata a Changsha, nello Hunan (per intenderci siamo a sud del fiume Yangze che sfocia più ad oriente all’altezza di Shanghai). Essa appartiene al Marchese di Dai, alla sua consorte e, probabilmente, al figlio. La sua importanza risiede non solo nell’alto valore artistico e l’ottimo stato di conservazione degli oggetti ritrovati, ma soprattutto nelle condizioni del corpo della Marchesa, la prima salma ancora umida scoperta al mondo, con tanto di vene delle mani e dei piedi ancora evidenti, pelle elastica e articolazioni mobili!! Abiti e stendardi di seta, strumenti musicali, lacche e terracotte, mappe e rari testi compilati su seta e tavolette di legno o bambù su vari argomenti (astronomia, medicina, qigong, taoismo e storia) costituiscono inoltre un corredo funerario di eccezionale valore.

Schizzo

Immagine tratta da “The lacquers of the Mawangdui Tomb”, in Oriental Ceramic Society – Translation N.11

Dei 184 oggetti laccati presenti nella tomba, 90 erano tazze di questo tipo: una è proprio quella qui raffigurata. La scritta al suo interno 君辛酒 “junxinjiu” è una sorta di invito a bere e la distingue dalle altre utilizzate per i cibi. Sotto uno dei due manici è indicata la sua capienza, mentre su tazze simili, ma ritrovate altrove, si leggono anche i nomi degli artigiani che si erano occupati delle fasi della lavorazione e quelli di chi ne aveva controllato ed organizzato la produzione. Nel caso della lacca, insieme al bronzo, alla seta e alla ceramica, ci troviamo infatti di fronte ad uno dei primi esempi di produzione di massa, altamente organizzata, con l’utilizzo di personale specializzato per le varie fasi di realizzazione dell’oggetto.
La lacca deriva dalla resina estratta dalla Rhus Vernicifera (una pianta della famiglia della Anacardiacee, come il mango o l’anacardo), un succo grigiastro molto sensibile al calore e alla luce e il cui componente essenziale, l’urushiol o urusciolo, è tossico quando liquido e inerte quando solido, divenendo una sorta di plastica naturale, impermeabile, resistente al caldo, agli insetti e agli acidi, adesiva e caratterizzata da una incredibile brillantezza. Il suo processo di lavorazione era complesso e articolato: c’era chi estraeva la resina, chi la filtrava e poi bolliva, chi la tingeva di rosso o di nero, chi ne applicava gli strati sul nucleo in legno o bambù, attendendo per giorni e giorni che ognuno fosse indurito (più precisamente, si polimerizzasse) prima di stendere il successivo, chi la lucidava e infine chi la decorava dipingendola o, in epoche successive, intagliandola o impreziosendola con altri materiali. L’intero processo poteva durare mesi interi. Un oggetto in lacca non era quindi solo apprezzato per le qualità estetiche ma diventava qualcosa di ulteriormente prezioso per la durata e la complessità del suo processo di realizzazione tanto che nel testo Yantielun “Discorsi sul sale e sul ferro” dell’80 a.C. si affermava che il suo costo era “10 volte quello del bronzo”.

di Elena Mattioli

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