Dieci volte più costosa del bronzo

In italiano il suo nome (耳杯erbei) suona piuttosto buffo, “tazza a forma di orecchie” o “tazza con le orecchie”, ma ne dichiara le caratteristiche senza lasciare dubbi: una forma ovale simile ad un viso con due manici proprio all’altezza delle orecchie.

Tazza laccata 耳杯

Dinastia Han Occidentali 206 – 9 a.C. Museo Provinciale Hunan, Changsha - Immagine tratta dal Catalogo della mostra La Via della Seta e la Civiltà Cinese – La nascita del Celeste Impero

Veniva utilizzata per cibi o bevande e se ne poteva trovare in vari materiali, bronzo, giada, corno, ecc…: quella nell’esempio riportato è in lacca ed appartiene al favoloso bottino scoperto negli anni ’70 nella tomba definita “una delle più importanti scoperte archeologiche della Cina e del mondo nel XX° secolo”. E’ la celeberrima tomba di Mawangdui risalente agli inizi della dinastia degli Han Occidentali (206 – 9 a.C.) e situata a Changsha, nello Hunan (per intenderci siamo a sud del fiume Yangze che sfocia più ad oriente all’altezza di Shanghai). Essa appartiene al Marchese di Dai, alla sua consorte e, probabilmente, al figlio. La sua importanza risiede non solo nell’alto valore artistico e l’ottimo stato di conservazione degli oggetti ritrovati, ma soprattutto nelle condizioni del corpo della Marchesa, la prima salma ancora umida scoperta al mondo, con tanto di vene delle mani e dei piedi ancora evidenti, pelle elastica e articolazioni mobili!! Abiti e stendardi di seta, strumenti musicali, lacche e terracotte, mappe e rari testi compilati su seta e tavolette di legno o bambù su vari argomenti (astronomia, medicina, qigong, taoismo e storia) costituiscono inoltre un corredo funerario di eccezionale valore.

Schizzo

Immagine tratta da “The lacquers of the Mawangdui Tomb”, in Oriental Ceramic Society – Translation N.11

Dei 184 oggetti laccati presenti nella tomba, 90 erano tazze di questo tipo: una è proprio quella qui raffigurata. La scritta al suo interno 君辛酒 “junxinjiu” è una sorta di invito a bere e la distingue dalle altre utilizzate per i cibi. Sotto uno dei due manici è indicata la sua capienza, mentre su tazze simili, ma ritrovate altrove, si leggono anche i nomi degli artigiani che si erano occupati delle fasi della lavorazione e quelli di chi ne aveva controllato ed organizzato la produzione. Nel caso della lacca, insieme al bronzo, alla seta e alla ceramica, ci troviamo infatti di fronte ad uno dei primi esempi di produzione di massa, altamente organizzata, con l’utilizzo di personale specializzato per le varie fasi di realizzazione dell’oggetto.
La lacca deriva dalla resina estratta dalla Rhus Vernicifera (una pianta della famiglia della Anacardiacee, come il mango o l’anacardo), un succo grigiastro molto sensibile al calore e alla luce e il cui componente essenziale, l’urushiol o urusciolo, è tossico quando liquido e inerte quando solido, divenendo una sorta di plastica naturale, impermeabile, resistente al caldo, agli insetti e agli acidi, adesiva e caratterizzata da una incredibile brillantezza. Il suo processo di lavorazione era complesso e articolato: c’era chi estraeva la resina, chi la filtrava e poi bolliva, chi la tingeva di rosso o di nero, chi ne applicava gli strati sul nucleo in legno o bambù, attendendo per giorni e giorni che ognuno fosse indurito (più precisamente, si polimerizzasse) prima di stendere il successivo, chi la lucidava e infine chi la decorava dipingendola o, in epoche successive, intagliandola o impreziosendola con altri materiali. L’intero processo poteva durare mesi interi. Un oggetto in lacca non era quindi solo apprezzato per le qualità estetiche ma diventava qualcosa di ulteriormente prezioso per la durata e la complessità del suo processo di realizzazione tanto che nel testo Yantielun “Discorsi sul sale e sul ferro” dell’80 a.C. si affermava che il suo costo era “10 volte quello del bronzo”.

di Elena Mattioli

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