Il cinese manipolato ad arte

Xu Bing

Xu Bing - Immagine tratta da: http://www.artspeakchina.org

1955, Chongqing, Cina. Nasce Xu Bing 徐冰, uno degli artisti cinesi contemporanei più innovativi e internazionalmente conosciuti, che ha scelto di mettere al centro della propria arte uno degli aspetti più preziosi, rispettati e potenti della cultura – e dell’identità stessa – del suo popolo: la lingua scritta.
E qui risiede la sua genialità.
Per un Occidentale non è semplice comprendere lo stretto legame che intercorre tra i cinesi e la loro lingua. Fin dalla creazione dell’Impero Celeste, nel 221 a.C, le decisioni che l’hanno riguardata sono state considerate questioni di Stato della massima serietà. In un paese dalle dimensioni continentali, dove le varianti dialettali a livello orale sono numerose e altamente differenziate, la lingua scritta ha costituito l’elemento unificante in cui ogni cinese ha sempre potuto riconoscersi, un veicolo d’identità che unisce da oltre 2000 anni.
Xu Bing ha voluto toccare il suo popolo in uno dei punti più sensibili, incuriosito dalle reazioni che ne sarebbero nate.
L’opera che lo rende famoso appare negli anni 1988-89, durante la prima esibizione di arte contemporanea a Pechino dopo la chiusura degli anni di Mao e poco prima dei fatti di Tian’An Men: si chiama “Book from the sky”.

Book from the Sky

Book from the Sky - Immagine tratta da: http://www.artspeakchina.org

E’ un’installazione imponente: un’intera sala ricoperta da diverse forme di un libro molto particolare, composto da caratteri inesistenti. Metri e metri di rotoli appesi al soffitto, poster attaccati alle pareti e decine di libri aperti ordinatamente sul pavimento.

Xu Bing, in oltre 2 anni di lavoro, aveva inventato circa 4000 parole cinesi estremamente verosimili, composte da radicali realmente esistenti, ne aveva inciso le matrici in legno e con queste stampato un libro di 4 volumi in molteplici copie, attingendo dalla tradizione più rigida e prestigiosa in quanto a rilegatura, numero di caratteri e colonne (9 colonne di 17 caratteri a pagina) e tipologia di font (Song dynasty type). Tutto questo non tanto per dare prova di grande conoscenza e padronanza dell’arte della stampa, quanto piuttosto per potenziare al massimo la promessa di lettura insita nell’aspetto esteriore così classico e ufficiale dell’opera, ingigantendo in tal modo la reazione alla scoperta del contenuto: il nulla. Il libro infatti non dice nulla in quanto è composto da parole inesistenti, che non possono essere comprese nè lette. Le parole della lingua cinese, che non è alfabetica, non danno nessuna precisa indicazione fonetica; l’unità minima non è il fonema, come da noi, ma il morfema. Davanti a quel libro quindi, tutti, cinesi e non, rimangono ignoranti e muti, preda di una egalitaria sindrome da analfabetismo indotto.

Esempio di opera di Xu Bing

Esempio di opera di Xu Bing - Immagine tratta da http://www.artspeakchina.org

Nel libro “Persistence/Transformation: text as image in the Art of Xu Bing” (2006: Princeton University Press) l’artista stesso spiega come abbia iniziato a realizzare il libro in un periodo in cui era confuso e ansioso: dopo gli anni di Mao così sterili dal punto di vista artistico e culturale, si era “cibato” avidamente di qualsiasi forma di cultura disponibile e ora viveva una sorta di indigestione. Per togliersi da questa situazione aveva iniziato a creare qualcosa di vuoto, come un libro che non diceva nulla, rendendosi poi conto di essere incuriosito dalle differenti reazioni che la sua opera riusciva a provocare.
Nel 1989 le reazioni della critica, in un primissimo momento entusiasta, diventarono presto negative: da una Cina tutt’altro che pronta alle provocazioni, l’artista venne definito “formalistico” o “astratto” – e per i cinesi così legati alla concretezza, questo non è certo un complimento – fino ad “anti-tradizionale” o addirittura “anti-artistico”. Manco a dirlo, le autorità ne lessero una critica nei loro confronti.
Punti sul vivo, avevano reagito male. Poco dopo Xu Bing si trasferì negli Stati Uniti, dove la sua opera continuò ad essere esposta e sempre più apprezzata, col tempo anche dai cinesi.

Ma cosa accade a livello personale quando ci si avvicina a quest’opera? La verosimiglianza dei caratteri che si cerca inutilmente di leggere crea un effetto di spaesamento e frustrazione: in chiunque sia capace di leggere il cinese, ad una prima occhiata, il cervello si attiva quasi certo di un risultato positivo, ogni carattere ha qualcosa di familiare, sembra così reale, come se lo si conoscesse già, ma la ricerca non ha risultato, nella memoria non si trova nulla che soddisfi e quando poi si scopre che la parola non esiste ci si sente assolutamente spaesati, confusi, decisamente frustrati .
Eppure si rimane affascinati: dalla maestria tecnica, dalla conoscenza di mille aspetti di una materia così complessa, da un’idea che scardina i propri (presunti) punti fermi, da una provocazione che non vuole offendere ma esplorare nuove strade. E dalla possibilità di riflettere sul linguaggio, le conseguenze della sua manipolazione fino all’affidabilità stessa della conoscenza.

In realtà, qualche anno dopo, frugando tra antichi dizionari esoterici, alcuni ricercatori scoprirono che un paio di parole del libro erano realmente esistenti … Xu Bing lo confessa divertito, tanto lo sa, neppure un briciolo di fascino è stato tolto all’opera di un artista geniale.

Fine prima parte

di Elena Mattioli

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